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Roma Capitale e il nodo dei crediti non riscossi: miliardi nei bilanci, ma quanto è davvero recuperabile?

Un patrimonio di crediti enorme che pone al centro il tema dell'efficienza della riscossione

Roma Capitale gestisce una delle realtà amministrative più complesse d'Italia. Un territorio di circa 1.300 chilometri quadrati, quasi 2,8 milioni di residenti e una macchina amministrativa chiamata a garantire servizi, infrastrutture e mobilità su una scala paragonabile a quella di alcune grandi capitali europee.

Accanto al tema, molto conosciuto, dell'indebitamento storico della Capitale, esiste però un'altra questione meno evidente e altrettanto rilevante: l'enorme ammontare dei crediti che il Comune deve ancora riscuotere.

Dall'analisi dei documenti contabili di Roma Capitale emerge infatti uno stock di residui attivi tributari ed extratributari nell'ordine di diversi miliardi di euro.

Quasi 4 miliardi di residui tributari

Sulla base dei documenti di programmazione finanziaria più recenti, i residui attivi riferibili alle entrate tributarie si collocano nell'ordine di 3,8 miliardi di euro.

Si tratta di una grandezza contabile che comprende crediti maturati nei confronti di contribuenti e altri soggetti e rimasti da incassare.

È però fondamentale precisare che residuo attivo non significa automaticamente evasione fiscale.

All'interno di questa massa possono infatti essere presenti crediti recenti ancora nella normale fase di riscossione, somme oggetto di accertamento, rateizzazioni, contenziosi e posizioni caratterizzate da differenti probabilità di recupero.

Non sarebbe quindi corretto affermare semplicemente che "i cittadini romani devono 3,8 miliardi di tasse al Comune".

Il fenomeno è più articolato.

Altri miliardi dalle entrate extratributarie

A questa massa si aggiungono i residui relativi alle entrate extratributarie, che raggiungono complessivamente un ordine di grandezza di circa 4,8 miliardi di euro.

Una componente particolarmente significativa è rappresentata dalla categoria relativa all'attività di controllo e repressione degli illeciti, nella quale rientrano anche le sanzioni amministrative e quelle derivanti dal Codice della strada.

Lo stock attribuito a questa categoria si colloca nell'ordine di 2,4 miliardi di euro.

Sommando entrate tributarie ed extratributarie si arriva quindi a una massa contabile di residui attivi nell'ordine di 8,7 miliardi di euro.

È una cifra impressionante, ma deve essere interpretata correttamente.

8,7 miliardi non significa 8,7 miliardi disponibili

Il punto centrale dell'analisi è proprio questo.

Un credito iscritto nel bilancio di un ente pubblico non equivale necessariamente a denaro che verrà effettivamente incassato.

Una parte può essere recuperata rapidamente. Una parte può richiedere procedure di riscossione coattiva. Altre posizioni possono essere oggetto di contenzioso o rateizzazione.

Esiste poi una componente più problematica: crediti molto vecchi, debitori insolventi o irreperibili, imprese cessate o fallite e posizioni per le quali la probabilità di riscossione è ormai estremamente ridotta.

È proprio per rappresentare contabilmente questo rischio che gli enti locali devono costituire il Fondo crediti di dubbia esigibilità (FCDE).

Nel caso di Roma Capitale l'accantonamento ha raggiunto dimensioni nell'ordine di oltre 6 miliardi di euro.

Il dato non significa che questi miliardi siano definitivamente perduti, ma rappresenta un segnale inequivocabile: una parte molto significativa dello stock dei crediti presenta un rischio elevato di mancata riscossione.

Quanto potrebbe essere realmente recuperato?

Stabilire oggi una cifra precisa sarebbe tecnicamente scorretto senza un'analisi analitica del portafoglio dei crediti, posizione per posizione e annualità per annualità.

È però possibile costruire alcuni scenari puramente indicativi.

Uno scenario prudenziale potrebbe ipotizzare un recupero straordinario nell'ordine di 1-1,5 miliardi di euro.

Uno scenario intermedio potrebbe portare l'asticella verso 2-2,5 miliardi.

Superare stabilmente i 3 miliardi di euro richiederebbe invece una capacità di riscossione estremamente elevata rispetto alle criticità storicamente riscontrate.

Queste grandezze non rappresentano previsioni ufficiali di Roma Capitale, ma scenari utili esclusivamente per comprendere la dimensione economica del fenomeno.

Il vero problema non è soltanto recuperare il passato

C'è però un aspetto ancora più importante.

Per risolvere strutturalmente il problema non basta recuperare una parte dei vecchi crediti.

È necessario contemporaneamente ridurre la formazione di nuovi residui.

Se un'amministrazione recupera ogni anno una parte dello stock storico ma continua contemporaneamente ad accumulare nuovi crediti non riscossi, il magazzino dei residui rimane elevato.

La questione diventa quindi essenzialmente manageriale: quanto tempo trascorre tra l'accertamento e la riscossione? Quanto rapidamente viene intercettato il contribuente moroso? Quanto sono integrate le diverse banche dati pubbliche? Quanto sono efficaci le procedure di rateizzazione e quelle coattive?

Sono domande che riguardano non soltanto la fiscalità, ma la qualità complessiva della macchina amministrativa.

Il paradosso finanziario della Capitale

La situazione romana presenta inoltre un interessante paradosso.

Per molti anni Roma è stata associata soprattutto al problema del proprio enorme debito storico.

Parallelamente, però, nei conti della Capitale si è accumulato anche un enorme stock di crediti da riscuotere.

Dal punto di vista economico-finanziario ci troviamo quindi davanti a due facce dello stesso problema: da una parte obbligazioni da pagare, dall'altra risorse accertate ma non ancora trasformate in liquidità.

In termini aziendalistici potremmo parlare, con le necessarie differenze rispetto a un'impresa privata, di un gigantesco problema di gestione del capitale circolante pubblico.

Recuperare 2 miliardi significherebbe circa 700 euro per residente

Per comprendere la dimensione del fenomeno è sufficiente fare un semplice esercizio.

Un recupero straordinario di 2 miliardi di euro, rapportato a una popolazione di circa 2,75 milioni di abitanti, equivarrebbe a oltre 700 euro per residente.

Naturalmente questo non significherebbe distribuire 700 euro a ciascun cittadino.

Significherebbe però restituire alla Capitale una quantità di risorse finanziarie capace di incidere significativamente sulla liquidità dell'ente e, indirettamente, sulla sua capacità di programmare servizi e investimenti.

Digitalizzazione e interoperabilità saranno decisive

La sfida dei prossimi anni sarà probabilmente giocata soprattutto sul terreno tecnologico.

L'incrocio delle banche dati fiscali, catastali, anagrafiche e patrimoniali può consentire di individuare più rapidamente le posizioni realmente recuperabili e concentrare su queste l'attività di riscossione.

Parallelamente, sistemi di pagamento digitali e procedure di rateizzazione più semplici possono aumentare il recupero spontaneo, lasciando alla riscossione coattiva le situazioni realmente patologiche.

L'obiettivo dovrebbe essere passare da una gestione prevalentemente "a magazzino" del credito a una gestione sempre più tempestiva e selettiva.

Conclusioni

Il caso di Roma dimostra che il dibattito sulla finanza degli enti locali non può limitarsi alla domanda: "Quanto spende il Comune?"

Occorre porne almeno un'altra:

"Quanto riesce effettivamente a incassare di ciò che accerta?"

Uno stock di residui tributari ed extratributari nell'ordine di diversi miliardi rappresenta contemporaneamente un problema e una potenziale opportunità.

Il problema consiste nella presenza di una massa molto elevata di crediti difficili o talvolta impossibili da recuperare.

L'opportunità consiste invece nell'individuare rapidamente quella parte del portafoglio che è ancora concretamente esigibile e trasformarla in liquidità.

Per Roma Capitale, anche un miglioramento relativamente contenuto della capacità di riscossione potrebbe tradursi in centinaia di milioni di euro di maggiore cassa.

La vera sfida non è quindi immaginare di incassare tutti gli 8,7 miliardi iscritti contabilmente.

È molto più concreta: recuperare meglio ciò che è realmente recuperabile e impedire che domani si formi un nuovo stock di crediti delle stesse dimensioni.

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