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La crisi del lavoro nell’era dell’Intelligenza Artificiale: il vero rischio non è perdere il lavoro, ma restare indietro

25.09.2026

di Francesco Di Tommaso – F.D.T. Consulting

L'Intelligenza Artificiale non appartiene più al futuro. È già entrata negli studi professionali, nelle aziende, nelle banche, negli uffici amministrativi e nelle attività commerciali. E sta iniziando a modificare profondamente uno degli elementi fondamentali della nostra economia: il lavoro.

La domanda che sempre più lavoratori e imprese si pongono è inevitabile: l'Intelligenza Artificiale creerà una crisi occupazionale?

La risposta è più complessa di un semplice sì o no. I dati disponibili non descrivono, almeno per il momento, la scomparsa generalizzata del lavoro umano. Indicano però una trasformazione molto rapida delle attività svolte dalle persone e delle competenze richieste dal mercato.

Secondo l'International Labour Organization, circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge una professione con un certo grado di esposizione all'Intelligenza Artificiale generativa. Nei Paesi ad alto reddito la percentuale sale al 34%. L'ILO sottolinea però un punto fondamentale: esposizione non significa automaticamente perdita del posto di lavoro. Nella maggior parte dei casi è più probabile una trasformazione delle mansioni che una completa sostituzione del lavoratore.

Una rivoluzione diversa dalle precedenti

Le grandi trasformazioni tecnologiche hanno sempre modificato il mercato del lavoro. La rivoluzione industriale ha sostituito parte del lavoro manuale; l'informatizzazione ha automatizzato numerose attività ripetitive.

L'Intelligenza Artificiale presenta però una caratteristica particolare: entra direttamente nel lavoro intellettuale.

Può analizzare documenti, elaborare dati, scrivere testi, predisporre bozze contrattuali, tradurre, programmare software, sintetizzare normative, produrre immagini, effettuare analisi finanziarie e automatizzare numerosi processi amministrativi.

Per questo la trasformazione non riguarda soltanto fabbriche e mansioni manuali. Sono coinvolti anche impiegati, professionisti, consulenti, programmatori, analisti, personale amministrativo e, più in generale, molte professioni considerate fino a pochi anni fa relativamente protette dall'automazione.

Il Fondo Monetario Internazionale stima che circa il 40% dell'occupazione mondiale sia esposto all'AI, percentuale che arriva intorno al 60% nelle economie avanzate. Per una parte di questi lavoratori l'AI potrà aumentare produttività e capacità professionale; per altri potrà invece ridurre la domanda di alcune attività oggi svolte dall'uomo.

Il primo vero rischio: la scomparsa delle mansioni, non necessariamente delle professioni

Parlare semplicemente di "posti di lavoro eliminati dall'AI" rischia quindi di essere fuorviante.

Una professione è composta da numerose attività.

Pensiamo a un commercialista, un avvocato, un consulente finanziario, un impiegato amministrativo o un responsabile delle risorse umane. Una parte del loro lavoro consiste nella raccolta delle informazioni, nella compilazione di documenti, nella ricerca, nell'elaborazione di dati e nella predisposizione di bozze.

Molte di queste attività possono essere automatizzate.

Ma questo non significa necessariamente che l'intera professione possa esserlo.

Il valore del professionista tenderà progressivamente a spostarsi dalla semplice produzione del documento alla capacità di verificare le informazioni, interpretarle, assumersi responsabilità, comprendere il cliente e trasformare i dati in una decisione.

La distinzione sarà sempre più importante: eseguire un'attività e assumersi la responsabilità del risultato non sono la stessa cosa.

Le professioni amministrative sono tra le più esposte

L'ILO individua ancora nelle occupazioni clericali e amministrative alcuni dei livelli più elevati di esposizione alla GenAI. Tra le attività particolarmente interessate figurano data entry, segreteria e alcune funzioni contabili e di bookkeeping.

Ma l'esposizione sta aumentando anche nelle professioni tecniche e altamente digitalizzate: l'ILO cita, tra gli altri, analisti finanziari, sviluppatori web, programmatori e consulenti d'investimento.

È un cambiamento significativo.

Per decenni una maggiore istruzione ha rappresentato anche una forma di protezione dall'automazione. Con l'AI generativa questa relazione diventa meno lineare, perché la tecnologia è in grado di intervenire proprio su molte attività cognitive.

Il problema dei giovani: come si diventa esperti senza svolgere il lavoro da principianti?

Esiste poi una questione ancora poco discussa.

Molte attività che l'AI riesce ad automatizzare sono proprio quelle tradizionalmente affidate ai lavoratori junior.

Un giovane professionista impara spesso partendo dalle attività più semplici: ricerca documentale, predisposizione di prospetti, analisi preliminari, inserimento dei dati, prime bozze e controlli.

Se queste mansioni vengono progressivamente affidate alle macchine, nasce un paradosso:

come formeremo il professionista senior di domani se eliminiamo buona parte del lavoro attraverso il quale oggi si forma il professionista junior?

Le aziende potrebbero avere bisogno di meno persone nelle posizioni iniziali, ma contemporaneamente continuare ad avere bisogno di professionisti esperti capaci di controllare e utilizzare l'AI.

La formazione dovrà quindi cambiare insieme alla tecnologia.

Produttività senza occupazione?

C'è inoltre una questione economica fondamentale.

Un'impresa che grazie all'AI riesce a svolgere con cinque persone il lavoro precedentemente svolto da dieci ottiene un enorme aumento di produttività.

Dal punto di vista aziendale è un vantaggio.

Dal punto di vista dell'economia complessiva, però, occorre capire che cosa accade alle altre cinque persone.

La crescita della produttività diventa un beneficio sociale quando genera nuovi investimenti, nuove imprese, salari più elevati, nuovi consumi e nuove opportunità professionali.

Se invece i benefici si concentrassero prevalentemente in un numero ristretto di imprese e proprietari della tecnologia, mentre una parte consistente della popolazione subisse una riduzione del proprio potere contrattuale, il risultato potrebbe essere un aumento delle disuguaglianze.

È una delle questioni centrali che governi e istituzioni dovranno affrontare nei prossimi anni.

Ma l'AI creerà anche nuovi lavori

Sarebbe altrettanto sbagliato osservare soltanto la parte negativa della trasformazione.

La storia economica dimostra che le innovazioni eliminano alcune attività ma ne creano altre.

Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stimava che le grandi trasformazioni del mercato del lavoro avrebbero potuto comportare entro il 2030 circa 170 milioni di nuovi posti di lavoro e 92 milioni di posti sostituiti, con un saldo netto positivo di circa 78 milioni. Queste stime non riguardano esclusivamente l'AI, ma l'insieme dei principali cambiamenti tecnologici, economici, demografici e geopolitici analizzati dal rapporto.

Non possiamo quindi sapere con certezza quanti posti di lavoro l'AI creerà o distruggerà.

Possiamo però prevedere con maggiore sicurezza che cambierà il valore economico delle competenze.

Nasceranno due categorie di lavoratori?

La vera frattura potrebbe non essere semplicemente tra lavoratori e Intelligenza Artificiale.

Potrebbe essere tra:

chi sa utilizzare l'AI e chi non sa utilizzarla.

Due professionisti con la stessa preparazione tecnica potrebbero raggiungere livelli di produttività molto diversi se uno dei due è capace di integrare efficacemente strumenti di Intelligenza Artificiale nel proprio lavoro.

Un commercialista, per esempio, non dovrebbe delegare a un algoritmo la responsabilità di una dichiarazione fiscale. Può però utilizzare strumenti tecnologici per analizzare più rapidamente grandi quantità di dati, individuare anomalie, organizzare documenti o preparare analisi preliminari.

Il risultato non è necessariamente la sostituzione del commercialista.

Può essere la nascita di un commercialista aumentato dalla tecnologia, capace di dedicare meno tempo alle attività meccaniche e più tempo alla consulenza.

Lo stesso principio può applicarsi a numerose professioni.

La crisi sarà soprattutto una crisi di competenze

Per questo motivo il problema più urgente potrebbe non essere una futura disoccupazione tecnologica di massa.

È il rischio di un enorme mismatch delle competenze.

Le imprese potrebbero cercare lavoratori capaci di utilizzare nuovi strumenti mentre milioni di persone possiedono competenze costruite per processi produttivi che stanno rapidamente cambiando.

Il World Economic Forum rilevava nel 2025 che quasi il 40% delle competenze richieste sul lavoro potrebbe cambiare entro il 2030, mentre il 63% dei datori di lavoro intervistati indicava già il divario di competenze come uno dei principali ostacoli alla trasformazione aziendale.

La formazione continua, quindi, non potrà più essere considerata un'attività accessoria.

Diventerà una componente strutturale della vita professionale.

Il ruolo delle imprese

Anche le aziende dovranno evitare un errore.

Utilizzare l'AI esclusivamente per ridurre il personale può produrre risparmi immediati, ma non necessariamente costruisce un vantaggio competitivo duraturo.

La strategia più interessante potrebbe essere utilizzare la maggiore produttività per aumentare la capacità dell'impresa: servire più clienti, sviluppare nuovi servizi, migliorare la qualità e liberare le persone dalle attività a minor valore aggiunto.

In questo scenario l'AI non diventa semplicemente uno strumento di riduzione dei costi.

Diventa uno strumento di crescita.

Il lavoro non scomparirà. Ma cambierà il suo valore

Non sappiamo ancora quale sarà l'effetto definitivo dell'Intelligenza Artificiale sull'occupazione.

E bisogna essere prudenti con le previsioni catastrofiche: la stessa ILO avverte che gli indicatori di esposizione all'AI non devono essere interpretati automaticamente come previsioni sulla perdita di posti di lavoro.

Una cosa, però, appare sempre più evidente.

L'AI sta riducendo rapidamente il valore economico di alcune attività standardizzabili e aumentando quello di altre: giudizio, responsabilità, relazione, capacità decisionale, creatività, specializzazione e capacità di utilizzare la tecnologia.

La domanda quindi non è soltanto:

"L'Intelligenza Artificiale mi sostituirà?"

La domanda più utile potrebbe essere:

"Quale parte del mio lavoro può essere svolta da una macchina e quale parte devo rendere così preziosa da non poter essere facilmente sostituita?"

È su questa risposta che lavoratori, professionisti, imprese e sistema educativo dovranno costruire il mercato del lavoro dei prossimi anni.

F.D.T. Consulting
Consulenza fiscale, societaria e aziendale

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