
La crisi del mercato del lavoro giovanile in Italia: il paradosso di un Paese che cerca lavoratori ma perde i giovani
di Francesco Di Tommaso – Dottore Commercialista e Consulente Aziendale
Il mercato del lavoro italiano sta attraversando una fase apparentemente contraddittoria.
Da una parte, l'occupazione complessiva ha raggiunto livelli elevati: nel secondo trimestre del 2026 gli occupati in Italia sono arrivati a circa 24,36 milioni, con un aumento di 155 mila unità rispetto al trimestre precedente.
Dall'altra, per una parte significativa delle nuove generazioni l'ingresso nel mondo del lavoro continua a essere complesso, tardivo e caratterizzato da un forte disallineamento tra formazione, competenze richieste dalle imprese, retribuzioni e prospettive professionali.
Non siamo quindi davanti semplicemente a una "mancanza di lavoro".
Il problema italiano è più complesso: esistono contemporaneamente giovani che faticano a trovare un'occupazione adeguata e imprese che faticano a trovare lavoratori.
Il grande paradosso italiano
I dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro fotografano perfettamente questa contraddizione.
A settembre 2026 le imprese italiane hanno programmato circa 565 mila ingressi, che diventano circa 1,5 milioni nel trimestre settembre-novembre.
Eppure, circa il 44% delle figure professionali ricercate risulta di difficile reperimento.
Il fenomeno non sembra quindi derivare esclusivamente da una scarsità di posti di lavoro.
Esiste un problema strutturale di incontro tra domanda e offerta: le imprese cercano determinate competenze, in determinati territori e a determinate condizioni, mentre una parte dei lavoratori disponibili possiede competenze differenti, vive altrove oppure non considera sufficientemente attrattive le condizioni offerte.
I giovani ci sono, ma sono sempre meno
Alla questione occupazionale si aggiunge un problema demografico.
L'Italia è uno dei Paesi europei con la minore presenza relativa di giovani. La riduzione delle nascite degli ultimi decenni sta progressivamente restringendo la popolazione che entra nel mercato del lavoro.
Questo significa che nei prossimi anni le imprese potrebbero trovarsi a competere sempre di più per una risorsa destinata a diventare relativamente scarsa: il capitale umano giovane e qualificato.
È una trasformazione che dovrebbe modificare profondamente anche le strategie aziendali.
Per molto tempo il mercato italiano ha potuto contare su un'offerta relativamente ampia di giovani disposti ad accettare lunghi periodi di tirocinio, contratti temporanei e basse retribuzioni pur di entrare nel mercato.
Questo modello rischia di diventare progressivamente meno sostenibile.
Il problema dei NEET
Un altro indicatore particolarmente significativo riguarda i cosiddetti NEET, cioè i giovani che non lavorano e contemporaneamente non frequentano percorsi di istruzione o formazione.
Nel 2025 il fenomeno interessava il 13,3% degli italiani tra 15 e 29 anni.
Il dato è migliorato enormemente rispetto al 25,7% registrato nel 2015, ma rimane superiore alla media dell'Unione europea, pari all'11%.
Il dato diventa ancora più significativo osservando le diverse fasce di età: secondo ISTAT, la percentuale sale al 15,2% tra i 20 e i 24 anni e raggiunge il 20% tra i 25 e i 29 anni.
Ciò significa che proprio nella fase in cui dovrebbe consolidarsi il passaggio dalla formazione all'autonomia professionale una quota importante di giovani rimane fuori sia dal lavoro sia dalla formazione.
Formazione e imprese continuano a parlarsi troppo poco
Una delle criticità più evidenti riguarda il rapporto tra sistema educativo e sistema produttivo.
Nel 2025 le imprese italiane avevano programmato di ricercare circa 670 mila laureati, 120 mila diplomati ITS, 1,3 milioni di diplomati e 2,3 milioni di persone con qualifiche o diplomi professionali.
Eppure quasi la metà dei profili ricercati risultava difficile da trovare.
Per i diplomati ITS la difficoltà di reperimento arrivava addirittura al 57,3%, mentre per i laureati raggiungeva il 50,9%.
È difficile immaginare una rappresentazione più evidente del mismatch italiano.
Da una parte giovani che investono anni nella propria formazione e incontrano difficoltà nell'accesso al lavoro; dall'altra aziende che dichiarano di non riuscire a reperire personale qualificato.
Il problema non è soltanto trovare lavoro, ma quale lavoro
Il dibattito sull'occupazione giovanile rischia inoltre di concentrarsi eccessivamente sul numero dei posti di lavoro.
Per un giovane, invece, contano almeno quattro elementi: retribuzione, stabilità, possibilità di crescita e compatibilità tra costo della vita e stipendio.
Un'offerta di lavoro formalmente disponibile non rappresenta necessariamente un'opportunità economicamente sostenibile.
Il problema diventa particolarmente evidente nelle grandi città, dove affitti e costo della vita possono assorbire una quota molto rilevante dello stipendio di ingresso.
Di conseguenza, un'impresa può affermare correttamente di non trovare personale e, contemporaneamente, un giovane può ritenere economicamente poco conveniente accettare quella posizione.
Le due affermazioni non sono necessariamente in contraddizione.
La mobilità internazionale dei giovani qualificati
A questo scenario si aggiunge la capacità dei giovani di confrontare le opportunità italiane con quelle disponibili all'estero.
Per un laureato, un tecnico specializzato o un professionista digitale, il mercato di riferimento non coincide più necessariamente con la propria città o con l'Italia.
La possibilità di trasferirsi in un altro Paese europeo, lavorare per aziende internazionali o operare da remoto aumenta inevitabilmente la concorrenza tra sistemi economici.
La questione della cosiddetta "fuga dei cervelli" deve quindi essere letta anche come una normale dinamica competitiva.
Se altri Paesi offrono migliori combinazioni tra retribuzione, carriera, servizi, fiscalità e qualità della vita, una parte del capitale umano italiano sarà naturalmente incentivata a spostarsi.
Un problema anche per le imprese
La crisi del lavoro giovanile non riguarda solamente i giovani.
È un problema direttamente economico per le aziende.
La difficoltà nel reperire personale può significare commesse rifiutate, investimenti rinviati, minore produttività e difficoltà nel trasferimento delle competenze dai lavoratori più anziani alle nuove generazioni.
Il problema diventerà ancora più evidente con il progressivo pensionamento delle generazioni numericamente più consistenti.
La capacità di attrarre e trattenere giovani lavoratori diventerà quindi un vero fattore competitivo aziendale.
Retribuzione, welfare, formazione, flessibilità, smart working, percorsi di carriera e organizzazione interna non possono più essere considerati esclusivamente costi.
Sempre più spesso rappresentano strumenti attraverso i quali l'impresa compete sul mercato del lavoro.
Dal posto di lavoro al capitale umano
Per affrontare il problema serve quindi un cambio di prospettiva.
Non basta incentivare genericamente le assunzioni.
Occorre aumentare il valore economico del lavoro giovanile.
Questo significa rafforzare il collegamento tra scuole, ITS, università e imprese; sviluppare maggiormente le competenze digitali e tecniche richieste dal mercato; facilitare la transizione dalla formazione al lavoro; favorire la mobilità territoriale; ridurre il divario tra costo del lavoro sostenuto dalle imprese e retribuzione netta percepita dai lavoratori.
Ma significa anche chiedere alle aziende di interrogarsi sulla propria capacità di essere attrattive.
Quando quasi un'assunzione su due presenta difficoltà di reperimento, infatti, il problema non può essere attribuito esclusivamente alla mancanza di candidati.
Bisogna domandarsi anche se le condizioni economiche, organizzative e professionali offerte siano coerenti con il mercato attuale.
Una questione decisiva per il futuro dell'Italia
La vera emergenza non consiste semplicemente nella disoccupazione giovanile.
È il rischio di creare un Paese nel quale convivono imprese senza lavoratori e giovani senza opportunità adeguate.
Un paradosso che, se non affrontato, potrebbe diventare ancora più grave per effetto della crisi demografica.
Il capitale umano sarà probabilmente una delle risorse più scarse dell'economia italiana dei prossimi vent'anni.
Per questo motivo la capacità di formare, attrarre, valorizzare e trattenere i giovani non dovrebbe essere considerata esclusivamente una politica sociale.
È una vera e propria politica economica e industriale.
E per le imprese italiane rappresenta già oggi una delle principali sfide strategiche per la crescita.
Francesco Di Tommaso
Dottore Commercialista – Revisore Legale – Consulente Aziendale
F.D.T. Consulting